CS.M 725/1 [Postillato] Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani

Boccaccio, Giovanni <1313-1375>
Lettere di messer Giovanni Boccaccio
1801
[2], 50, [2] p. ; 8°
Lingua: italiano
Contenuto: Il volume contiene, legati insieme: una serie di lettere (pp. 1-50), alla fine delle quali compare l’unica indicazione di luogo e data di stampa: Amoretti, Parma, 1801; Vita di Dante Alighieri (pp. 1-80); Testamento di Messer Giovanni Boccaccio (pp.1-8).
Osservazioni sull'esemplare

Legatura in pelle, cornice in oro su copertina e quarta, incisione in oro sul dorso.

Presentazione

Quella contenuta in questo volume è l’edizione della Vita di Dante utilizzata da Manzoni al momento di comporre la Lettera intorno al libro “De vulgari eloquio” di Dante Alighieri (1868). Il testo, dedicato a confutare l’idea, diffusasi a partire dalla lettura di Trissino, che Dante avesse sostenuto l'esistenza di una lingua italiana comune da identificarsi col volgare illustre, si avvale dell’autorità di Boccaccio, svelando una incorrettezza nel suo impiego da parte di Trissino: «E così [come lingua della sola poesia] l’aveva intesa Giovanni Boccaccio, più d’un secolo e mezzo prima che comparisse la traduzione del libro di Dante, e con essa l’interpretazione del Trissino. Ecco le parole del Boccaccio nella Vita di Dante, comparsa in stampa la prima volta in fronte all’edizione, ora rarissima, della Divina Commedia, pubblicata nel 1477 da Vindelin da Spira, insieme col commento attribuito a Benvenuto da Imola. | “Appresso, già vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De Vulgari Eloquentia, dove intendeva di dare dottrina a chi imprender la volesse, del dire in rima. [...]”. | Il Trissino messe questo squarcio nel frontespizio della sua traduzione, come un argomento in favore della autenticità del libro; ma volendo mettere in mostra solamente ciò che faceva per lui, usò la magra furberia di lasciare indietro le parole “dove intendeva di dare dottrina a chi imprender la volesse, di dire in rima", che avrebbero disturbato il suo disegno di tirare il libro di Dante alla questione della lingua, come fece nel suo dialogo Il Castellano. Ma, o Messer Gian Giorgio, se vedevate che quelle parole avrebbero potuto dar da pensare agli altri, perchè non principiare dal pensarci voi? Questa era la vera furberia» (STELLA VITALE 2000C, pp. 117-18; il passo compare senza varianti già nella Minuta autografa, ibid. p. 125). Che sia questo il testo da cui proviene la citazione boccacciana è provato dalla manina che, sul volume, punta al passo in questione (vedi Note sui segni non verbali).


Segni di lettura
71
Nota sui segni non verbali

La manina puntata verso l'esterno di p. 71 si colloca accanto a un passo entro la Vita di Dante ALighieri : «Appresso, già vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De vulgari eloquentia , dove intendeva di dar dottrina a chi imprender la volesse, di dire in rima». Si tratta di un passo utilizzato da Manzoni nella Lettera intorno al libro "De vulgari eloquio" (vedi qui la Presentazione sintetica). Alle pp. 66-67 compare un’impronta, probabilmente di un paio di occhiali.

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PARE000980

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