Il cinque maggio. Ode

Insieme editoriale: Poesie / Poesie politiche

Ode civile composta di getto alla notizia della morte di Napoleone (5 maggio 1821), la cui vicenda terrena viene rievocata con forti accenti epici. Il ritratto del potente sconfitto e umiliato che al termine della sua vita approda alla fede religiosa, comprendendo infine la propria vicenda terrena nell'ordine provvidenziale della storia, spiega i toni lirico-religiosi del componimento, fondato su una ricca tramatura lessicale di derivazione biblico-patristica e liturgica, nonché in parte ispirato alle orazioni funebri di Bossuet (e arricchito da rimandi danteschi: cfr. FRARE 2017, pp. 186-187; ma pure presenti, e rilevate dal contrasto, le tessere classiche e neoclassiche). A livello formale, i tratti distintivi del componimento sono il dinamismo della rievocazione narrativa, la scansione vibrata e musicale delle strofe (cfr. LONARDI-AZZOLINI 1992, pp. 411-414), e in generale un'intensità melodica, che - a cominciare dal celebre incipit - si basa su una rete di echi interni diffusi lungo tutta l'estensione del testo (cfr. v. 1, «Ei fu» e v. 108, «posò»). Cronologicamente collocato al crocevia tra le esperienze di scrittura delle tragedie e del romanzo, Il cinque maggio, pur nella sua singolarità, costituisce inoltre la cornice lirica entro la quale si definiscono alcuni temi topici della poetica manzoniana, come, su tutti, quello dell'autorità e della gloria umana ridimensionata dalla gloria divina; constatazione da cui dipendono il tono da inno sacro e il carattere esplicitamente parenetico delle quattro strofe finali.

Nell'ode, il poeta annuncia, senza mai nominarlo, la morte di Napoleone. La condizione di immobilità delle sue spoglie mortali è paragonata a quella della terra, colpita dalla notizia della scomparsa del condottiero, ammutolita al pensiero della sua ultima ora e incapace di prevedere quando una simile orma umana verrà di nuovo a imprimersi sulla sua polvere insanguinata (strr. 1-2). Il poeta, che ha taciuto sia quando ha visto Napoleone al culmine della sua potenza, sia quando, con continui rivolgimenti di sorte, egli è stato sconfitto, per poi tornare grande ed essere quindi definitivamente piegato, si è astenuto tanto dalla lode servile quanto dall’offesa: ma ora, commosso di fronte all’improvviso spegnersi di un raggio così luminoso, innalza sulla sua tomba un canto che forse rimarrà eternamente vivo (3-4). Dall’Italia all’Egitto, dalla Spagna alla Germania, ogni progetto di quell’uomo risoluto ha trovato una fulminea realizzazione; si è manifestato così dalla Sicilia alla Russia, dall’uno all’altro mare. Ma fu vera gloria? Si accetti il volere di Dio, che ha impresso in Napoleone un segno del suo spirito creatore (5-6: su questo punto, cruciale nello sviluppo del testo, cfr. FRARE 2017, pp. 184-191). Tanto è vero che egli sperimentò tutto: la gioia di un grande progetto, l’ansia di un animo indomabile che obbedisce e intanto pensa al comando, lo raggiunge e ottiene una ricompensa in cui era folle sperare; la gloria, maggiore se acquisita con il pericolo, la fuga e la vittoria, il dominio assoluto e l’esilio solitario (7-8). Egli stesso si proclamò imperatore: due secoli, in contrasto tra loro, si rivolsero a lui sottomessi come per attendere una decisione sul loro destino; egli impose il silenzio, come un arbitro. E ciò nonostante sparì e finì i suoi giorni nell’inattività, in una piccola isola, ancora fatto oggetto di enorme invidia, di compassione profonda, di odio inestinguibile e di amore incondizionato (9-10). Come le onde del mare in tempesta incombono e premono sul capo del naufrago, che poco prima su di esse cercava inutilmente di scorgere sponde lontane, così sull’anima di Napoleone pesò il cumulo dei ricordi: quante volte egli tentò di narrare per iscritto la sua storia ai posteri e quante su quelle pagine dal valore eterno si arrestò stanca la sua mano (11-12). Quante volte, al calare della sera di un giorno inoperoso, abbassati gli occhi fulminanti e a braccia conserte, egli si fermò e fu assalito dalla memoria del passato. Ripensò agli accampamenti militari, alle trincee abbattute, al lampeggiare delle armi, all’assalto della cavalleria, agli ordini concitati, all’immediato ubbidire dell’esercito (13-14). Forse di fronte a un dolore tanto grande, l’animo spossato disperò e si spense; ma venne in aiuto dal cielo una mano che pietosamente lo trasportò in un’atmosfera più respirabile e lo pose sulla via dei sentieri fioriti della speranza; ai luoghi eterni e al premio che supera ogni desiderio, dove la gloria umana tace ed è oscura. Oh Fede, beltà immortale, portatrice di bene e trionfatrice, segna anche questo tuo successo e rallegrati perché mai uomo più grande si umiliò di fronte alla croce; allontana dagli stanchi resti mortali di Napoleone ogni parola di condanna: il Dio che fa disperare e risorgere, che dona dolore e consolazione, riposò sul letto di morte accanto a lui (15-18).

Titoli alternativi
  • Il V Maggio | Ode (BNB, Manz.B.XXX.5a, c. 1r, Manz.B.XXXIII.5, c. 1r, Manz.B.XXX.5b, c. 1r)
Incipit
Ei fu. Siccome immobile
Metro
18 semistrofe di 6 versi l’una con schema: a”bc”bd”e’ f”gh”gi”e’ (versi settenari, di cui il primo, il terzo e il quinto sdruccioli liberi, il secondo e il quarto piani rimati, il sesto tronco in rima con il sesto verso della strofa seguente; la cadenza tronco-ossitona che conclude le strofe cambia ogni quattro o due strofe, secondo la sequenza: sta-verrà, ha-morrà, mar-stampar, sperar-altar, lor-amor, invan-man, sovvenir-ubbidir, trasportò-passò, chinò-posò). Lo stesso metro si trova nel secondo coro di Adelchi e ha punti di contatto con quelli impiegati per Il Natale e La Pentecoste.
Storia del testo

L’ode è conservata da tre manoscritti autografi e da numerosi altri apografi, solo in parte da ascrivere al ramo di tradizione riconducibile all’autore. Il primo abbozzo è costituito da BNB, Manz.VS.X.3, che data la stesura del testo al «18 luglio» 1821 (c. 1r) e conferma così quanto sostenuto dalle numerose testimonianze indirette relative alla genesi dell’opera: cfr. SANESI 1954, pp. CCLXXXII-CCCVI, dove si allineano le diverse voci – tutte pressoché concordi sulla rapidità della composizione, durata forse tre giorni – di Cristoforo Fabris, Emilio Broglio, Giulio Carcano, Felice Venosta, Edmondo De Amicis, Cesare Cantù e Stefano Stampa (citazioni di resoconti e lettere alle pp. CCLXXXIV-CCLXXXVII).
La notizia della morte di Napoleone (avvenuta il 5 maggio 1821) aveva raggiunto Manzoni a Brusuglio durante una passeggiata con la madre e la moglie nel giardino della villa, grazie alla lettura dei numeri 197-198 della «Gazzetta di Milano» (del 16 e 17 luglio, consegnate il 17 e il 18 del mese), dove si annunciava la scomparsa di Bonaparte e, oltre a descrivere le esequie cristiane ricevute dal defunto, si scriveva come l'ex imperatore avesse chiesto nei giorni precedenti la presenza di un teologo di buon livello, in grado di sciogliere i suoi dubbi e di discutere con lui punti di religione (cfr. FRARE 2017, p. 183). La circostanza impressionò Manzoni, tanto che la dettatura dei versi, incoraggiata dalla madre, fu assai celere e si inserì in una pausa dal lavoro di quei mesi su Adelchi e sui primi capitoli del romanzo (iniziato ad aprile), imponendosi per via del clima di profonda commozione nel quale il poeta, a detta di amici e conoscenti, era piombato.

L’ampliamento rappresentato dalle strr. 9-16, inizialmente non previste, le tracce di revisione primaria con deposito di varianti alternative, e poi gli interventi secondari diffusi a intere sequenze strofiche sono tutti fenomeni documentati in Manz.VS.X.3 (nelle colonne di destra dei fogli che compongono il faldone), ma di qui in poi le ipotesi intorno alla definizione redazionale del testo e, soprattutto, quelle relative alla sua prima circolazione divergono: sulla scorta di quanto riportato da FABRIS 1901 (pp. 108-109), si è perlopiù ritenuto che, una volta allestite due trascrizioni dell’ode – i manoscritti Manz.B.XXX.5a, che è copia autografa in pulito con acquisizioni variantistiche ulteriori rispetto all’abbozzo, e Manz.B.XXXIII.5, apografo eseguito dal fattore di Brusuglio, Leopoldo Maderna, e appartenuto a Gaetano Giudici – Manzoni le avesse inviate in Censura (il 26 luglio, come si legge in calce a Manz.B.XXX.5a), secondo quanto richiesto dal regolamento censorio, e che in seguito il censore stesso, Ferdinando Bellisomi, benché impossibilitato a concedere il visto, si fosse recato a Brusuglio a restituirgliene una; mentre l’altra, rimasta tra le mani dei segretari degli uffici regi, fosse stata trafugata e avesse così trovato, come previsto dal poeta, una via di diffusione tra Milano e il resto della penisola. Più recentemente, gli studi di Isabella Becherucci hanno però corretto il quadro: a Manzoni è stata in particolare attribuita una più precisa responsabilità nella divulgazione dell’opera, che sarebbe stata immediatamente trascritta per suo volere dagli amici Visconti e Cattaneo a partire da entrambe le copie restituite (il citato Manz.B.XXX.5a sarebbe identificabile come base per gli ulteriori esemplari manoscritti inviati da Manzoni a Fauriel, Goethe e Vieusseux), con l’intento di far stampare l’opera fuori dai confini del Lombardo-Veneto (cfr. BECHERUCCI 2019, p. 91 e BECHERUCCI 2020, pp. 75-116).

In effetti l’ode incontrò larga fortuna all’estero, tanto che la sua editio princeps è in realtà doppia: alla prima edizione italiana, pubblicata a Torino in un tomo comprensivo anche dei cinque Inni sacri, e risalente al 1823 (cfr. MARIETTI 1823; ma in generale sul riconoscimento della princeps, per vario tempo confusa dalla critica con un volumetto uscito senza data di stampa a Lugano per le cure di Pietro Soletti, traduttore in latino del testo, cfr. ancora SANESI 1954, pp. CCLVIII-CCXCII) si affiancò nello stesso anno quella della traduzione tedesca composta da Goethe alla fine del 1822 sui versi manzoniani e uscita sulla rivista «Über Kunst und Alterthum» (cfr. GOETHE 1823).
L’ostilità della Censura, che non aveva mai autorizzato la circolazione del testo, si protrasse quindi per molto tempo. Dall’attenta vigilanza sulle prime fasi di diffusione dell’ode, inizialmente attribuita per errore a un «certo Manzoni di Verona», si passò verso la fine degli anni Venti a provvedimenti più permissivi, ma anche meno coerenti: si poteva ad esempio acconsentire di leggere i versi manzoniani «dietro un superiore permesso, a persone notoriamente saggie, dotte, di buona fama», ma era proibito al pubblico in generale; si ammetteva la stampa del testo, ma solo se questo era compreso in una silloge che conteneva anche altre opere del poeta; si concedeva la riproduzione dell’edizione lemonnieriana del 1838, ma non quella delle vignette illustrative che la corredavano, e via dicendo (cfr. ancora SANESI 1954, pp. CCXCI-CCXCIII; una copia dell’edizione Le Monnier 1838 è conservata in BNB, Manz.Ant.VIII.27/2, inserto 2a). In ogni caso, fino agli anni Quaranta Manzoni si astenne dal richiedere nuove licenze (cfr. la lettera spedita nel 1841 a Giuseppe Pomba, nella quale egli nega il permesso di stampa all’editore, ARIETI-ISELLA 1986, n. 602, vol. II, p. 183) e più in generale dall’occuparsi della pubblicazione del testo, fino all’edizione – definitiva e, al contempo, prima d’autore – confluita in OPERE VARIE 1845 (e poi in OPERE VARIE 1870), dove «IL CINQUE MAGGIO | ODE.», di pochissimo corretto rispetto alla redazione di tanti anni precedente e accompagnato dall’illustrazione che raffigura Napoleone su uno scoglio dell’isola di Sant’Elena e dall’immagine di un’aquila precipitata, è collocato in chiusura al volume (nell’ultima dispensa, uscita nel 1855, pp. 855-861), in coda alla serie di Inni sacri e Strofe per una prima Comunione.

Quanto alla tradizione apografa, molto resta ancora da chiarire, soprattutto se, come si è detto, la circolazione sotterranea conosciuta dall’ode per il trentennio che separa la prima stesura dalle Opere varie è in parte attribuibile alla volontà manzoniana. Alcune copie di mano ignota, come Manz.B.XXXIII.4, appartenuta a Giudici, e altre inviate a destinatari selezionati – alle quali vanno aggiunti due ulteriori originali tardi trascritti da Manzoni per don Pedro de Alcantara, imperatore del Brasile (cfr. il manoscritto Manz.B.XXX.5b, che conserva la riproduzione facsimilare di uno di questi) – possono senza dubbio essere fatte risalire alla trafila autoriale. Altri testimoni invece, secondo BECHERUCCI 2019 «sùbito realizzati da copisti non professionisti, di cui è difficile al momento dare lo stemma» (p. 111) comprendono un manoscritto parigino (Bibliothèque de l’Institut de France, Fondo Papiers Möhl-Fauriel, fasc. 2352); due copie anonime conservate presso la BNB, sotto le segnature Manz.B.XXXV.8 e Manz.B.XXIX.58; quattro copie custodite dal CNSM, IS 69; IS 105; IS 125; NA 240 e una copia dell’Archivio di Stato di Firenze, Presidenza del Buon Governo, anni 1814-1838. Un gruppo eterogeneo e forse ancora suscettibile di qualche espansione, al quale è necessario annettere anche le prime stampe derivate da apografi perduti, tra cui almeno quella goethiana e l’edizione GAMBARANA 1824 (un esemplare manoscritto e uno a stampa dell’edizione si trovano in BNB, Manz.Ant.VIII.27/2, inserti 2b e 2c), che potrebbero però essere state in qualche modo «controllate dal Manzoni, essendo immuni dagli errori che caratterizzano le altre» (BECHERUCCI 2019, p. 100-104).

Date di elaborazione

18-20 luglio 1821, -1870


Testimoni manoscritti (vedi tutti)
  • Manz.V.S.X.3 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (prima stesura autografa)
  • Manz.B.XXX.5a • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (seconda stesura autografa)
  • Manz.B.XXXIII.5 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (copia in pulito idiografa appartenuta a Gaetano Giudici)
  • Manz.B.XXX.5b • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (facsimile del manoscritto conservato a Rio de Janeiro, Museu Imperial di Petrópolis, n. 160, 7443, copia in pulito autografa donata a don Pedro de Alcantara)
  • Papiers Möhl-Fauriel, fasc. 2352 • Parigi, Bibliothèque de l'Institut de France
    (copia in pulito apografa)
  • Manz.B.XXXIII.4 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (copia in pulito apografa appartenuta a Gaetano Giudici)
  • IS 69 • Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani
    (copia apografa forse di Camillo Ugoni)
  • Manz.B.XXIX.58 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (copia in pulito apografa con traduzione latina)
  • Filza 97, negozio 4963 • Firenze, Archivio di Stato
    (copia apografa di Pietro Vieusseux)
  • Manz.B.XXXV.8 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (copia apografa anonima)
  • IS 105 • Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani
    (copia apografa anonima)
  • NA 240 • Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani
    (copia apografa anonima)
  • IS 125 • Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani
    (copia apografa anonima)
  • Manz.B.XXIX.59 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (traduzione francese)
  • Manz.B.XXIX.60 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (traduzione latina)
  • Manz.B.XXIX.61 • Milano, Biblioteca Nazionale Braidense
    (traduzione tedesca)

Prima edizione
  • MARIETTI 1823 = Manzoni Alessandro, Cinque inni sacri ed un'ode di Alessandro Manzoni, Torino, Marietti, 1823

Edizioni di riferimento
  • BECHERUCCI 2019 = Becherucci Isabella, «Il Cinque Maggio»: storia del testo ed edizione critica, in «Prassi ecdotiche della modernità letteraria», 4, 2, 2019, pp. 87-140
  • FRARE 2017 = Manzoni Alessandro, Inni sacri e odi civili, Introduzione e commento di Pierantonio Frare, Milano, Centro nazionale studi manzoniani, 2017 (Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni, 1)
    (testo alle pp. 197-213, note alle pp. 183-196 )
  • DANZI 2012A = Manzoni Alessandro, Tutte le poesie, a cura di Luca Danzi, Milano, BUR Rizzoli, 2012
    (testo alle pp. 427-438, note alle pp. 32-33, 423-426)
  • LONARDI-AZZOLINI 1992B = Manzoni Alessandro, Tutte le poesie, 1797-1872, a cura di Gilberto Lonardi, commento e note di Paola Azzolini, Venezia, Marsilio, 1992 (Letteratura universale. Esperia)
    (testo alle pp. 201-204, note alle pp. 411-424)
  • CHIARI-GHISALBERTI 1957 = Manzoni Alessandro, Poesie e tragedie, Milano, Mondadori, 1957 (Tutte le opere di Alessandro Manzoni, a cura di Alberto Chiari e Fausto Ghisalberti, “I classici italiani", vol. I)
    (testo alle pp. 103-106 e 107-114 (abbozzo), note alle pp. 846-854)
  • BARBI-GHISALBERTI 1943 = Manzoni Alessandro, Opere varie, in Manzoni Alessandro, Opere di Alessandro Manzoni, Centro Nazionale di Studi Manzoniani, a cura di Michele Barbi e Fausto Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni - Firenze, Sansoni, 1942-1950 (3 voll.)
    ( pp. 5-8)
  • BRAMBILLA-BONGHI-SFORZA 1883-1898 = Manzoni Alessandro, Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, pubblicate per cura di Pietro Brambilla, da Ruggiero Bonghi e Giovanni Sforza, Milano, Rechiedei, 1883-1898 (voll. 5)
    (vol. I, pp. 14-16)

Risorse correlate
Edizione del testo in preparazione

Scheda di Margherita Centenari | Cita questa pagina